E’ TEMPO DI ZUCCHINE

E’ tempo di zucchine, alleate di occhi e pelle!

Anche se le troviamo in commercio tutto l’anno, la sua stagione è quella estiva e se consumate nella sua stagione hanno un alto valore nutrizionale. La parte più preziosa è la buccia per cui non va sbucciata. Si può mangiare sia cotta che cruda e si presta in molte preparazioni. Ne esistono di diverse qualità che si distinguono per forme e colori.

Sono povere di calorie, e contengono un alta percentuale di acqua e fibre. Apportano un altissima percentuale di sali minerali e vitamine, mantengono efficiente il sistema nervoso e conservano la salute dei tessuti.

Vi proponiamo questa ricetta della tradizione americana: un modo divertente e un po’ inusuale per smaltire l’abbondanza estiva di zucchine. Anche se definito “bread”, più che di un pane si tratta di un plumcake dolce da colazione (o merenda), da realizzare nel classico stampo a cassetta.

L’unità di misura utilizzata è quella anglosassone, per volume. Non è necessario essere precisi al millimetro: è sufficiente trovare contenitori di riferimento e rimanere fedeli a quelli nel corso della ricetta.

Ingredienti:

  • 3/4 tazza di purea di mela non zuccherata
  • 1/2 tazza di olio extravergine di oliva
  • 2/3 tazza di zucchero di canna integrale
  • 1 tazza di farina integrale
  • 1/2 tazza di farina di farro
  • 1/2 cucchiaino di bicarbonato
  • 1/4 cucchiaino di lievito per dolci
  • 1/4 cucchiaino di sale fino
  • 1/2 cucchiaino di cannella
  • 1 tazza di zucchine grattugiate, strizzate dall’acqua il più possibile
  • 1/4 tazza di uvetta, precedentemente ammollata e reidratata
  • 1/4 tazza di frutta secca e semini vari, a piacere (noci, semi di girasole, semi di zucca…)
  • 1/4 tazza di fiocchi d’avena

Combinare insieme in una ciotola la purea di mela, l’olio e lo zucchero.

A parte, combinare le farine con il bicarbonato, il lievito, il sale e la cannella.

Aggiungere il composto liquido a quello secco e amalgamare bene.

Aggiungere le zucchine, l’uvetta, la frutta secca e i semini all’impasto.

Trasferire il tutto in uno stampo a cassetta precedentemente ricoperto di carta forno.

Spargere uniformemente i fiocchi d’avena sulla superficie.

Cuocere in forno per un’ora a 160° C.

Lo zucchini bread si conserva in frigorifero ricoperto da pellicola per alimenti per una settimana. È possibile anche tagliarlo a fette e congelarlo.

Articolo curato da Serena Boschi

Scrittrice, redattrice e traduttrice sammarinese – è appassionata di tutto ciò che riguarda il cibo (e il vino). Ama scoprire nuovi ristoranti, così come trascorrere ore e ore a sperimentare in cucina. Da membro attivo del suo gruppo Slow Food locale, Serena organizza e promuove iniziative che valorizzano la cucina e la produzione del suo territorio.

COSA OCCORRE SAPERE SULL’OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA

L’Olio EVO conosciamolo meglio

I benefici per la salute dell’Olio Extravergine d’Oliva sono ormai consolidati.

È il fondamento, il simbolo, se vogliamo, della dieta mediterranea, di recente entrata nella lista UNESCO dei Patrimoni Culturali Immateriali dell’Umanità.

Il nostro stile di vita incide direttamente sulla nostra salute e questo include chiaramente anche le nostre scelte alimentari. Per questo diventa importante diventare consumatori sempre più esigenti e attenti, soprattutto quando inganni e frodi cominciano a farsi l’ordine del giorno.

Ci sono per esempio alcune espressioni dettate dal marketing che hanno il solo scopo di confondere il consumatore, come “spremuto a freddo”, che non è una bugia, ma semplicemente la norma.

Marchi che ricorrono a queste strategie potrebbero non meritare la nostra attenzione, ma questa non è una regola imprescindibile. Invito però a fare caso a quanto conclamato sulla bottiglia.

Quando acquistiamo un Olio d’Oliva al supermercato si tratta praticamente sempre del prodotto di più varietà di olive (in Italia ne abbiamo intorno alle 500), a volte anche di diverse provenienze. Esistono anche oli realizzati con una sola varietà di oliva e, in quel caso, si parla di oli monovarietali, ma solitamente non si trovano nella grande distribuzione.

Per quanto riguarda la provenienza, invece, bisogna mettersi in cuore in pace: chi vorrebbe trovare un olio sempre e solo italiano deve infatti sapere che il consumo di olio extravergine d’oliva in Italia supera di gran lunga la nostra produzione, e questo senza contare le esportazioni. Quindi, per forza di cose, l’Italia deve importare olive e olio dall’estero.

I prezzi (e la qualità) di questi oli sono più bassi perché spesso al di fuori dell’Italia i metodi di produzione sono differenti, più meccanizzati e produttivi. Un olio realizzato con una parte di olive spagnole, greche o tunisine non dovrebbe però essere necessariamente un cattivo prodotto, soprattutto se è assemblato con criterio. Non è la presenza di olive estere che ne compromette la qualità, se è un blend (miscela) fatto con cognizione di causa. L’importazione di olio dall’estero è un’esigenza dettata da un’offerta che non riesce a soddisfare una domanda, ma non dovrebbe diventare un pretesto per produrre oli scadenti.

Questo per far capire che, se un’azienda vuole produrre un olio scarso, lo può fare benissimo anche con le olive italiane. Non è tanto la provenienza dell’oliva in sé, quanto la serietà di chi le lavora. In ogni caso, se si desidera un prodotto italiano al 100%, è bene iniziare a fare caso alle etichette. Ci sono comunque forti divari di prezzo anche tra gli oli italiani. Il problema è che, secondo alcuni sondaggi, il consumatore medio non vuole spendere molto per l’olio d’oliva. Al massimo ne tiene una qualità più pregiata per condire a crudo, ma “per cucinare” si accontenterà di una qualsiasi bottiglia a basso prezzo.

Si passa da questo dato a una più attenta minoranza che invece sa che un buon extravergine non può costare meno di una decina di euro al litro. Se guardiamo allo scaffale del supermercato, possiamo osservare che probabilmente non ce n’è nessuno. Sarebbe bene cominciare a guardarci intorno e a rivolgerci ai piccoli produttori sicuramente presenti nel territorio dove viviamo.

Non è detto che tutti i loro prodotti debbano piacerci per forza, ma sta a noi uscire dai supermercati e andare ad assaggiare qualche produzione che merita, visitando quelle azienda agricole locali che ti sanno parlare del loro prodotto. Solo questo potrà darci qualche garanzia e sicurezza sulla tracciabilità di ciò che consumiamo.

Per garantirsi le piene proprietà e il gusto migliore, occorre sempre scegliere un olio extravergine, solo vergine non basta. L’olio extravergine si differenzia da quello vergine per i livelli più bassi di acidità e una conseguente quantità maggiore di composti aromatici. Nella degustazione ci sono tecniche per identificare eventuali difetti, ancora prima di poter descrivere i vari sentori aromatici e le sensazioni provate. Utilizziamo le nostre sensazioni sensoriali per giudicare un olio d’oliva!

Le tre caratteristiche da ricercare sono il fruttato, l’amaro e il piccante, che devono essere sempre presenti, ma in quantità variabili. Impariamo a riconoscere un olio buono: basta un semplice confronto, anche solo olfattivo, tra un olio del supermercato e un extravergine di qualità prodotto da una piccola azienda agricola.

Fortunatamente già la questione del prezzo è un buon indicatore: se non costa intorno ai 10€ al litro, probabilmente non è un extravergine di qualità. La soluzione è quindi nelle nostre mani: diventiamo più esigenti! Dopotutto l’olio extravergine è il fondamento della nostra dieta, un alimento sanissimo, nutriente e ricco di proprietà e un condimento versatile e delizioso che non passa mai di moda. Meriterà pure un certo occhio di riguardo nell’acquisto?  E questo vale per cucinare, per friggere, e volendo anche nei dolci (sempre che poi non vada a caratterizzare troppo il sapore).

Riguardo alla conservazione, richiudere sempre la bottiglia con cura, l’ossigenazione è uno dei peggiori nemici dell’olio. Tenere sempre al riparo anche da luce e calore, e consumare preferibilmente entro un anno dalla data di raccolta indicata sull’etichetta. Non ha senso fare una grossa scorta di olio, se non si ha intenzione di consumarlo entro breve. Meglio comprarne poco per volta. Perché non dovremmo farlo? Con tutta la scelta che abbiamo a disposizione, tra blend e monovarietali, acquistare l’extravergine, con caratteristiche variabili, da abbinare alle diverse pietanze, diventa quasi un gioco.

Articolo curato da Serena Boschi

Scrittrice, redattrice e traduttrice sammarinese – è appassionata di tutto ciò che riguarda il cibo (e il vino). Ama scoprire nuovi ristoranti, così come trascorrere ore e ore a sperimentare in cucina. Da membro attivo del suo gruppo Slow Food locale, Serena organizza e promuove iniziative che valorizzano la cucina e la produzione del suo territorio.

GLIFOSATO? CONOSCIAMOLO MEGLIO

È sicura la pasta che mangiamo?

C’è ancora polemica e confusione attorno alla questione glifosato, dal momento che sta venendo ritrovato in alcuni dei cibi che fanno parte della nostra dieta quotidiana, come pasta e legumi. Il glifosato è l’ingrediente principale dell’erbicida disseccante più efficace e, per questo, diffuso al mondo. È usato largamente in agricoltura, ma anche nella gestione del verde urbano. Nel caso della pasta serve anche ad accelerare l’asciugatura del grano duro, specie in quei paesi dove il clima non è abbastanza caldo e secco.

In Italia, per soddisfare la richiesta di pasta, acquistare grano dall’estero è quasi inevitabile. Il guaio è quando questo non viene dichiarato esplicitamente in etichetta, ingannando il consumatore che crede di acquistare un prodotto nazionale genuino. Nonostante ciò, ci sono alcuni marchi che riescono a utilizzare solo grano coltivato in Italia, dove l’uso del glifosato non è massiccio come lo è in paesi come Canada e Stati Uniti. Per tutelarsi, occorre fare più attenzione alle etichette e preferire pasta biologica prodotta con grano 100% italiano.

Anche se la quantità di glifosato riscontrata nei campioni di pasta delle aziende leader in Italia è sotto i limiti consentiti e non dovrebbe causare danni, il glifosato è stato classificato come potenzialmente cancerogeno dalla IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro).

Questa storia però non è solo questione di cattiva informazione, ma di poca trasparenza. Sembra infatti che possano essere proprio le agenzie di sicurezza alimentare incaricate di analizzare i livelli di glifosato (in particolare la EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) a “dimenticarsi” di fornire alcuni dettagli sulla pericolosità dello stesso e a controbattere alla precedente dichiarazione di cancerogenicità. Pare che numerose pagine della ricerca siano state copiate direttamente da un rapporto della Monsanto, il gigante americano dei pesticidi che ha commercializzato il glifosato negli anni ’70 con il nome di Roundup.

La Comunità Europea ha approvato l’uso del glifosato in Europa nel 2002, richiedendo periodiche verifiche dei suoi effetti su ambiente ed esseri umani, e nel 2012 è partita una riconsiderazione che va avanti ancora oggi. Perlomeno in Italia, nel 2016, l’uso del glifosato è stato bandito dalla cura del verde pubblico, soprattutto in quelle zone frequentate dalla popolazione, come parchi e giardini. Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha istituito una Commissione Speciale incaricata, per i prossimi nove mesi, di indagare riguardo alla trasparenza delle agenzie sovranazionali per la sicurezza alimentare e di rivedere le procedure di autorizzazione all’uso dei pesticidi nell’Unione Europea.

In ogni caso, sappiamo già bene che pesticidi e diserbanti, seppur assunti in quantità minime, non ci fanno certo bene, senza contare gli effetti negativi che hanno sui terreni stessi dove vengono utilizzati e sul bestiame che ne viene a contatto.

Articolo curato da Serena Boschi

Scrittrice, redattrice e traduttrice sammarinese – è appassionata di tutto ciò che riguarda il cibo (e il vino). Ama scoprire nuovi ristoranti, così come trascorrere ore e ore a sperimentare in cucina. Da membro attivo del suo gruppo Slow Food locale, Serena organizza e promuove iniziative che valorizzano la cucina e la produzione del suo territorio.

E’ TEMPO DI FAVE

È tempo di fave!

Vegetale dalla personalità schietta e genuina, caratterizzato da freschezza, consistenza croccante, sapore erbaceo e retrogusto amarognolo: le fave o si amano o si odiano. Simbolo della primavera, sono consumate di frequente durante i primi pic-nic della stagione, anche grazie alla loro connotazione conviviale, che porta volentieri a condividerle, sbucciarle e consumarle in compagnia.

Reperibile nei mercati da aprile a giugno e diffuso in alcune regioni italiane più che in altre, questo legume può aiutare a scongiurare la spossatezza primaverile, per il suo apporto di proteine, vitamine, ferro e altri sali minerali.

È sicuramente più gustoso consumare le fave fresche crude, quando sono tenere e non troppo grosse, ma ben sviluppate e rigonfie nel loro baccello. Se si vogliono cuocere, prediligere cotture brevi che ne mantengano intatte proprietà e caratteristiche organolettiche: appena scottate in acqua bollente o al vapore, per esempio.

Le fave chiedono abbinamenti semplici. Gustarle da sole, come snack, o cosparse appena di sale grosso, pepe nero macinato al momento e un po’ di olio extra-vergine d’oliva. Magari accompagnate da un pane fatto in casa con lievito madre e una bottiglia di vino bianco fresco beverino.

Nel caso abbiate fave in abbondanza e voglia di sperimentare, una proposta di ricetta: una variante del classico hummus di ceci, ma realizzato, appunto, con le fave fresche. Si consiglia di utilizzare quelle tardive, più grosse e toste, poiché più ricche di amido e, tra l’altro, meno piacevoli da mangiare crude.

Hummus di fave

  • Da 1 kg a 1 kg e mezzo di baccelli di fave
  • 1 scalogno
  • 1 spicchio d’aglio
  • Succo di mezzo limone
  • Mezzo cucchiaino di cumino in polvere
  • Un pizzico di peperoncino in polvere
  • Pepe nero macinato fresco
  • Sale grosso integrale
  • 3 cucchiai di olio extra-vergine di oliva
  • Un mazzetto di aneto fresco

Articolo curato da Serena Boschi

Scrittrice, redattrice e traduttrice sammarinese – è appassionata di tutto ciò che riguarda il cibo (e il vino). Ama scoprire nuovi ristoranti, così come trascorrere ore e ore a sperimentare in cucina. Da membro attivo del suo gruppo Slow Food locale, Serena organizza e promuove iniziative che valorizzano la cucina e la produzione del suo territorio.

ACCOGLIAMO LA PRIMAVERA

ACCOGLIAMO LA PRIMAVERA! Suggerimenti per un rinnovamento fisico e mentale

Se riuscissimo ad ispirarci e ad adattarci al meglio ad ogni stagione che ci si presenta, la primavera sarebbe anche per noi un periodo di rinascita e crescita.

È arrivato il momento di sgranchire le ossa, sciogliere le tensioni fisiche e mentali accumulate durante l’inverno e uscire all’aria aperta a salutare il sole e a godere delle temperature in rialzo. Non è raro, però, accusare alcuni fastidi durante i cambi di stagione, spesso dovuti alla variazione del numero delle ore di luce. I disturbi non si manifestano in tutti allo stesso modo, ma possono includere turbe del sonno (insonnia o aumentata sonnolenza, anche diurna), difficoltà di concentrazione, spossatezza o, al contrario, agitazione e difficoltà a rilassarsi.

È quindi consigliabile riconoscere gli effetti della primavera sul nostro corpo e la nostra psiche, così da poter prendere i provvedimenti più adeguati. Mai come durante un cambio di stagione è giusto ascoltarsi, coccolarsi e prendersi del tempo per ricaricare le batterie.

Magari ci si pensa da tanto, ma poi c’è sempre una scusa per non cominciare: mi riferisco alle pratiche introspettive, come possono esserlo yoga, meditazione o semplice mindfulness (la consapevolezza del momento presente e delle nostre sensazioni). Non deve essere un impegno visto come l’ennesima cosa da fare che ci causa ansia, ma un momento che regaliamo a noi stessi. Il primo passo è riconnetterci con il nostro respiro, che ci accompagna sempre, ma al quale raramente concediamo la nostra attenzione. Basta prendersi qualche minuto ogni giorno, possibilmente alla stessa ora, oppure al bisogno. Non occorre altro che concentrarsi sull’aria che entra ed esce dalle nostre narici, pensando di portare dentro energia pulita e di buttare fuori tossine e negatività.

L’esercizio fisico è un altro forte alleato del nostro benessere: sono ormai indiscussi i benefici che porta, sia in termini di miglioramento della salute fisica, che di riduzione dello stress e innalzamento del tono dell’umore. Una volta cominciato ad allenarsi si entrerà in un circolo virtuoso e non si potrà più farne a meno, anche grazie all’incentivo dato dal probabile effetto di dimagrimento e tonificazione che ne consegue. L’arrivo della bella stagione ci dà una mano, invogliandoci a svolgere movimento all’aria aperta e permettendoci così anche di godere dell’effetto benefico del contatto con la natura.

La primavera può ispirarci anche nel rinnovamento del nostro spazio vitale, facendoci cogliere l’occasione per fare della casa il nostro nido, il nostro santuario; non limitandosi alle solite “pulizie di primavera”. Largo quindi a un bel vaso di fiori freschi, alle piantine aromatiche e a, perché no, qualche nuova decorazione o pezzo di arredamento che ci fa stare bene. Non ci sono regole o indicazioni precise, semplicemente lasciamo che la nostra casa rifletta la stagione in cui ci troviamo. È un buon momento anche per fare del clearing: sbarazziamoci di oggetti superflui vendendoli, donandoli o, se non più utilizzabili, gettandoli via.

In quanto alla dieta, iniziamo a prediligere semplicità e freschezza, anche in previsione dell’estate, per aiutare l’organismo a risvegliarsi dalla pausa invernale e a non affaticarsi ulteriormente. La terra si prepara a un periodo di abbondanza, e non c’è niente di meglio che approfittarne consumando ciò che ci offre mano a mano che si rende disponibile. Scegliere di mangiare stagionale, infatti, ci permette anche di stimolare la nostra creatività in cucina nel trovare modi per utilizzare al meglio un prodotto che, magari, al supermercato non avremmo mai acquistato, o che abbiamo assaggiato solo poche volte. Inoltre, è stato dimostrato che un vegetale fresco di stagione contiene più nutrienti, quindi vitamine, minerali e antiossidanti, del suo gemello coltivato in serra.

Un motivo in più, quindi, per prediligere frutta e verdure stagionali. Dopotutto, i bisogni del nostro organismo variano proprio in base alle stagioni, quindi è la natura stessa che sa cosa metterci a disposizione e quando. Acquistiamo nei nostri mercati locali, sosteniamo e ristabiliamo un contatto con il produttore, che saprà consigliarci al meglio come consumare i suoi prodotti e raccontarcene la storia.

Articolo scritto da Serena Boschi

Scrittrice, redattrice e traduttrice sammarinese – è appassionata di tutto ciò che riguarda il cibo (e il vino). Ama scoprire nuovi ristoranti, così come trascorrere ore e ore a sperimentare in cucina. Da membro attivo del suo gruppo Slow Food locale, Serena organizza e promuove iniziative che valorizzano la cucina e la produzione del suo territorio.

DILLO CON UN FIORE

DILLO CON I FIORI POI MANGIALI

Piccante come la calendula, vivace come l’ibisco, pepato come il ravanello.

I fiori non solo più solo una decorazione, ma possono essere ingredienti chiave di una cucina colorata, saporita e fantasiosa.

Non solo i tradizionali fiori di zucca. I fiori eduli, cioè commestibili, possono essere gli ingredienti chiave delle vostre ricette, frutto di una cucina che punta al contatto con la natura come fonte di benessere.

L’uso in cucina dei fiori risale a migliaia di anni fa , utilizzati dalla civiltà cinese, romana e greca.

Oggi, la produzione è un trend in ascesa, prima di tutto in Liguria di Ponente , ma anche in Toscana, Trentino e Alto Adige.

Spesso vengono utilizzati per guarnire le insalate, i cocktail ed i dessert, ma l’impiego in cucina non ha limiti, dall’aperitivo fino alla cena.

Attenzione però.

Non tutte le piante fiorite sono commestibili, e comunque devo rigorosamente essere Biologiche e utilizzate in petali. Ottime anche le infiorescenze di molte erbe aromatiche come finocchio, basilico e rosmarino.

Ideale sarebbe mangiare fiori coltivati personalmente, e se soffrite di allergie consiglio di procedere con cautela, iniziando ad utilizzarli per gradi, accertandovi prima di non avere allergie.

Proprietà

Dal punto di vista nutrizionale sono poverissimi di grassi e ricchi di sostanze nutritive come minerali, proteine e vitamine A e C, e hanno un alto quantitativo di antiossidanti.

40 fiori da mangiare

Slow Food ne individua 40 specie, con caratteristiche non solo olfattive e visive, ma anche di gusto.

Allium – Tutti fiori della famiglia dell’allium (porri, erba cipollina, aglio…) sono edibili e gustosi.

Aneto – Fiori gialli dal sapore molto simile all’erba.

Angelica – A seconda della varietà, i fiori vanno dal lavanda/blu al rosa acceso. Il sapore ricorda la liquirizia.

Basilico – I fiori di questa pianta sono disponibili in una varietà di colori, dal bianco al rosa al blu. Il sapore è simile alle foglie, ma più debole.

Borragine – Di una bella tonalità blu, il fiore sa di cetriolo.

Calendula – Il gusto è piccante, sapido, pepato.

Camomilla – Non solo negli infusi, l’aroma è da sfruttare anche per le vostre ricette.

Cerfoglio – I fiori dal gusto delicato con una nota di anice.

Cicoria – L’amarognolo della cicoria è più accentuato nei petali e boccioli, ottimi in salamoia.

Citrus (arancio, limone, lime, pompelmo…) – I fiori sono dolci e molto profumati. Da utilizzare con parsimonia o il sapore nel vostro piatto sarà coperto.

Coriandolo – Come le foglie i fiori ne condividono il sapore erbaceo. Da utilizzare freschi e non scaldati.

Crisantemo – Un pò amaro, la varietà di colori è un arcobaleno. Il sapore va dal piccante al pungente.

Dente di leone – I boccioli si possono mettere sottaceto. La salsa di fiori di tarassaco (il nome meno comune di dente di leone) è ottima con la pasta.

Finocchio – I fiori gialli sono una delizia per gli occhi con un sottile sapore di liquirizia.

Fiordaliso – Erbaceo nel sapore, i petali sono commestibili.

Fiori di zucca – Gli utilizzi nella cucina italiana sono innumerevoli. Ricordatevi di rimuovere sempre gli stami.

Fuchsia – Da guarnizione.

Garofano – I petali sono dolci e l’aroma profumata.

Gelsomino – Questi fiori superfragranti vengono utilizzati nel te, ma si possono usare anche nei dolci. Girasole – I petali sono commestibili e il germoglio può essere cotto a vapore, come il carciofo.

Gladiolo – Anche se il sapore è debole, possono essere farciti, oppure utilizzati per ingentilire un’insalata.

Ibisco – Notoriamente utilizzato nel te, il sapore è vivace. In una crostata di mirtilli può essere il tocco in più (da usare con parsimonia).

Impatiens – Graziose piante da appartamento per l’abbondanza di fiori. In cucina limitiamoci ad utilizzarne i petali come decorazione.

Issopo anice – Sia il fiore che le foglie hanno un sottile gusto di anice o liquirizia.

Lavanda – Dolce, speziato e profumato, un tocco in più in piatti salati e dolci.

Lilla – Odore pungente, ma l’aroma agrumata è da sfruttare.

Malvarosa – I fiori sono appariscenti per una decorazione d’effetto.

Margherita – A sapore, i petali non sono il massimo, ma l’aspetto è fantastico!

Menta – Il gusto dei fiori richiama quello delle foglie.

Monarda – I suoi fiori rossi hanno il sapore di menta.

Nasturzio – Uno dei fiori commestibili più popolari. Brillantemente colorato con sapore dolce con una punta di peperoncino.

Ravanello – Di diversi colori, i fiori hanno un distinto sapore pepato.

Rosa – I petali hanno un sapore profumato ideale in bevande, dolci e marmellate. Il sapore è più pronunciato nelle varietà più scure.

Rosmarino – I fiori sono di un sapore più moderato rispetto alla pianta; utilizzatelo per guarnire piatti.

Rucola – I suoi fiori sono piccoli e neri al centro, con un sapore pepato molto più accentuato delle foglie comunemente utilizzate.

Salvia – Sapore simile a quello delle foglie, ma più delicato.

Trifoglio – i fiori sono dolci con note di liquirizia.

Verbena odorosa –I fiori bianchi hanno sentore di limone. Ottimo il te e nei dolci.

Viola – Adorabile e deliziosa, ha un sapore delicato di menta. Ideale per insalate, pasta, piatti a base di frutta e bibite.

Tu hai altri fiori da consigliarci? Con quali ricette li prepari?

Usa la chat che trovi in homepage, e chatta direttamente con me. Ti aspetto

VINO VEGANO E BIO, COME E PERCHE’

Rosso o bianco che sia, il vino è una passione che accomuna milioni di persone in tutto il mondo.

E’ una passione che ha radici lontane e che oggi è un mondo senza confini e in continua evoluzione.

Accanto alle diatribe di sempre come quelle tra vini italiani e francesi, nascono nuove categorie come i vini naturali e biodinamici e si fa spazio una crescente curiosità verso questo mondo che fa impennare i corsi di approfondimento e definire i calici con termini sempre più sofisticati.

Oggi c’è una novità per i sostenitori del cruelty free a tutto tondo: il vino vegano, che rappresenta una innovazione nel settore della viticoltura in Italia.

Eh già, perché il vino non è già Bio Vegan per definizione, ma spesso lavorato con  derivati di origine animale e solfiti.

I commensali spesso ignorano che dentro ai loro calici si nasconde una minaccia per la salute: l’aggiunta di solfiti.

Queste sostanze chimiche sono impiegate comunemente nell’industria agroalimentare come conservanti ed un eccessivo consumo di questi può provocare sintomi sgradevoli, come ad esempio il mal di testa.

Il vino biologico viene prodotto seguendo rigide normative e subisce maggiori controlli, quindi non solo non vengono introdotti solfiti aggiuntivi ma è genericamente un prodotto più sicuro rispetto ad altri.

Inoltre l’uva proveniente da agricoltura biologica non subisce trattamenti con fertilizzanti chimici, restituendo un prodotto di maggiore qualità: integro, ricco di sostanze utili per l’organismo umano e dal sapore autentico.

A quale scopo?

Nella produzione del vino, oltre all’uva possono essere utilizzati coadiuvanti tecnologici anche di origine animale, sostanze utilizzate per favorire un determinato processo che dopo aver assolto alla funzione vengono successivamente eliminate.

I più comuni sono i “chiarificanti”, materiali attraverso i quali viene fatto passare il vino per renderlo limpido e privo di impurità. Parliamo di albumina d’uovo, caseina e i caseinati, colla d’ossa, colla di pesce e gelatina, sostanze contrarie alla scelta vegana.

Non solo, spesso troviamo utilizzati anche colle, inchiostri e altri prodotti di origine animale per etichettatura, il confezionamento e quant’altro.

Come riconoscere un vino vegan?

Oggi ci troviamo di fronte ad un vuoto di regolazione europea e nazionale sui sistemi di certificazione vagana.

Esistono però  sul mercato marchi che identificano la caratteristica Vegan, in particolare il marchio VeganOK, il più diffuso standard etico al mondo.

Il disciplinare VeganOK contiene una nota specifica per il vino al punto 3  “tipologia ingredienti/materiali”.

** “Per gli alcolici non è consentito l’uso di prodotti di origine animale per la chiarificazione e stabilizzazione del prodotto come ad esempio albumina, caseina, colla di pesce, gelatine animali, ecc.”

** Per l’etichettatura “non è consentito l’uso di colle, inchiostri, lubrificanti di origine animale o qualsiasi altro materiale di origine animale per l’etichettatura e il confezionamento del prodotto.”

** L’etichetta non deve contenere indicazioni che fanno riferimento al consumo del vino in abbinamento a piatti di origine animale .

La richiesta è in aumento?

Da un paio di anni a questa parte stiamo assistendo a una crescita significativa di interesse e di certificazioni.

Questa richiesta deriva dal fatto che i consumatori sono sempre più attenti alle caratteristiche degli alimenti che consumano e in modo particolare all’assenza di ingredienti ottenuti con l’uccisione e lo sfruttamento di animali.

Questa la classifica delle regioni italiane più virtuose, con una maggiore presenza di aziende viticole vegane:

* la Toscana con il 28%, 

* l’Abruzzo con il 20%

* il Piemonte con il 17%.

Se qualche anno fa non sentivamo nemmeno parlare di vino vegano, oggi questa è una realtà concreta che dimostra che le persone che tendono verso un modello di vita eticamente consapevole e sostenibile sono sempre di più  e quindi un futuro crulty free ad un passo più vicino.

FRUTTA E VERDURA: LA BLACK LIST DEI CIBI PIU’ CONTAMINATI

Lo stiamo vedendo con i nostri occhi: gli italiani hanno aumentato l’attenzione verso la salute. Siamo più informati, più attenti alla tavola e più consumatori di frutta e verdura rispetto ai cibi ad alto contenuto di grassi e zuccheri.

In aumento anche il numero di vegetariani e addirittura triplicato il numero dei vegani che raggiunge la quota di 1.800.000 persone.

Nel contempo, si evolve anche l’industria alimentare che viene incontro alle nostre preferenze allargando la scelta di prodotti che prima trovavamo emarginati in qualche angolo delle farmacie.

Intanto la dieta mediterranea a base di verdura, legumi, frutta fresca e secca, olio d’oliva e cereali trionfa, considerata la più sana dal punto di vista nutrizionale e anche la più sostenibile dal punto di vista ambientale

Ma dalla Coldiretti l’allarme: dall’estero frutta e verdura contaminati.

Nella quasi totalità dei campioni (92%)  risultano irregolari i broccoli provenienti dalla Cina per la presenza di residui chimici.

A preoccupare anche il prezzemolo del Vietnam nel 78% dei casi e il basilico dell’India, fuori norma in 6 casi su 8.

Sulla vetta della classifica i prodotti cinesi, che già nel 2015 avevano conquistato il primato per la contaminazione da micotossine, additivi e coloranti al di fuori della norma di legge. Il 15% delle irregolarità segnalate in Europa riguarda infatti proprio i prodotti provenienti alla Cina, che, intanto,  in Italia ha quintuplicato le esportazioni di concentrato di pomodoro.

Nella black list anche melagrane, fragole e arance dall’Egitto, il peperoncino dalla Thailandia e i piselli dal Kenia.

I problemi riguardano anche i meloni e cocomeri dalla Repubblica Domenicana e la menta dal Marocco.

LA BLACK LIST DEI CIBI PIU’ CONTAMINATI

PRODOTTO PAESE % IRREGOLARITA’ PER RESIDUI CHIMICI
Broccoli Cina 92%
Prezzemolo Vietnam 78%
Basilico India 60%
Melagrane Egitto 33%
Peperoncino Thailandia 18%
Menta Marocco 15%
Meloni/Cocomeri Rep. Domenicana 14%
Fragole Egitto 11%
Piselli Kenia 10%
Arance Egitto 5%

Fonte: Elaborazioni Coldiretti su dati Rapporto EFSA 2015

ALLORA OCCHIO ALLE ETICHETTE E VIVA L’ITALIA

Frutta e verdura, sia confezionate che sfuse, devono essere vendute con un’etichettatura che riporta alcune informazioni obbligatorie tra cui  la sempre più importante zona d’origine del prodotto .

L’agricoltura italiana è la più green d’Europa con 291 prodotti a denominazione di origini (Dop/IGP), il divieto di utilizzo degli OGM e il maggior numero di aziende biologiche, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minori numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), quota inferiore di quasi 4 volte rispetto alla media europea di quasi 20 volte quella dei prodotti extracomunitari (7,5%)